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Un viaggio estetico e filosofico al 9 febbraio 1826, quando Joseph Nicéphore Niépce infranse il dominio dell'effimero con "Point de vue du Gras".


Esiste un confine sottile, quasi impercettibile, tra l'effimero e l'eterno. Prima del 1826, quel confine era invalicabile: un ricordo svaniva con la mente che lo custodiva, un paesaggio mutava con il trascorrere delle stagioni, lasciando ai pittori l'arduo compito di inseguire la realtà attraverso la fallibilità della mano umana.


Ma in quella fredda giornata d'inverno, nella quiete della tenuta di Saint-Loup-de-Varennes, Joseph Nicéphore Niépce compì un atto di alchimia moderna. Non cercava l'oro, ma qualcosa di ben più prezioso e inafferrabile: la permanenza della luce.


L'Alchimia del Tempo


Nel silenzio del suo studio, lontano dai clamori della Parigi mondana, Niépce non si considerava un artista, bensì un inventore ossessionato dalla litografia e dalla luce. La data del 9 febbraio 1826, sebbene dibattuta dagli storici che talvolta la fanno oscillare tra il 1826 e il 1827, rappresenta simbolicamente lo spartiacque tra l'era pre-fotografica e l'era dell'immagine tecnica. Ciò che Niépce realizzò non fu un semplice scatto, termine fin troppo rapido e violento per descrivere la sua opera, ma una lenta sedimentazione del tempo.


Utilizzando una camera oscura e una lastra di peltro cosparsa di bitume di Giudea  una sostanza fotosensibile che indurisce se esposta alla luce — l'inventore francese diede inizio a un processo che chiamò "eliografia", letteralmente "scrittura del sole". Non vi fu il clic di un otturatore, né l'istantaneità a cui il digitale ci ha assuefatti. Vi fu, invece, un'attesa quasi meditativa.


Otto Ore di Sole


L'immagine che ne scaturì, "Point de vue du Gras", possiede un fascino spettrale e onirico che trascende la mera documentazione architettonica. Osservando la lastra originale, o le sue riproduzioni digitali restaurate, si nota un fenomeno ottico che tradisce la durata della sua genesi: la luce solare illumina entrambi i lati degli edifici. 


Durante le circa otto ore di esposizione necessarie affinché il bitume reagisse, il sole compì il suo arco nel cielo, accarezzando le mura da est a ovest, eliminando le ombre nette e conferendo alla scena una qualità surreale, quasi sospesa fuori dal tempo.


I tetti spioventi della piccionaia, la sagoma sfocata di un albero, l'orizzonte piatto della Borgogna: tutto appare sgranato, materico, ridotto all'essenza di contrasti tra chiari e scuri. Non è la realtà come la vede l'occhio umano, ma la realtà come la percepisce la materia stessa. È un'immagine che non cattura un momento, ma la durata; non un istante decisivo, ma il fluire lento di un pomeriggio del XIX secolo.


La Materia della Memoria


In un'epoca dominata dall'iper-definizione e dalla saturazione visiva, tornare a "Point de vue du Gras" è un esercizio di purificazione estetica. L'immagine, granulosa e imperfetta, ci ricorda che la fotografia nasce come oggetto fisico, pesante, tangibile. Il bitume, l'olio di lavanda usato per lavare via le parti non esposte, il peltro freddo: sono gli ingredienti di una ricetta che ha trasformato la luce in materia solida.


Niépce morì pochi anni dopo, nel 1833, senza vedere il pieno riconoscimento della sua invenzione, che sarebbe stata poi perfezionata e commercializzata da Louis Daguerre. Eppure, la nobiltà del suo tentativo risiede proprio in quella prima, imperfetta vittoria contro l'oblio.


Mentre i dagherrotipi successivi avrebbero offerto dettagli cristallini e ritratti specchiati della borghesia rampante, l'eliografia di Niépce rimane un monumento all'astrazione e al mistero.


Oggi, quella lastra è custodita in un contenitore sigillato con gas inerte presso l'Harry Ransom Center in Texas, protetta come una reliquia sacra. E forse lo è. È il primo specchio dotato di memoria che l'umanità abbia mai creato.


Guardando quei tetti sgranati e quelle architetture fantasmagoriche, non vediamo solo la campagna francese di due secoli fa. Vediamo l'audacia di un uomo che ha osato chiedere al sole di fermarsi e scrivere la sua storia. Il 9 febbraio 1826 non è solo una data sul calendario; è l'inizio della nostra memoria collettiva moderna, il momento in cui abbiamo smesso di dimenticare.

L'Eternità in un Istante: Il Giorno in cui la Luce Divenne Memoria

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